Il Cocktail per Eccellenza "Cocktail Martini"

Martini, storia vera del mitico cocktail

Non per essere pedanti né per fare i saccenti, ma la nascita del Martini esattamente un secolo fa è un’invenzione, oppure una convenzione. In the Silver Bullet: The Martini in the American Civilization (The Johns Hopkins University Press), il saggio del professor Lowell Edmunds che da trent’anni è la Bibbia in materia, è raccontato come, già a fine Ottocento, esistesse nei manuali per barmen il bicchiere per il Martini e una sua immagine illustrata appare fra il 1900 e il 1909.

Allo stesso periodo risalgono anche le prime referenze letterarie: Hidley Dhee e O. Henry. È altresì vero che fra Martini, Martinez e Martine l’origine stessa della parola resta sconosciuta e, come nota Edmunds, si può dire di questo cocktail ciò che nella Poetica Aristotele scrisse sulla nascita della tragedia: «Essendo passata attraverso molti cambiamenti, trovò infine la sua forma naturale e lì si fermò».

Invenzione oppure convenzione, fosse per noi festeggeremmo la nascita del Martini ogni giorno che Dio manda in terra e, per quanto diffidenti nei confronti degli Stati Uniti, non possiamo che inchinarci di fronte alla celebre formula coniata da Bernard De Voto: «Il supremo dono americano alla cultura mondiale». La pensava così anche il grande H.L. Mencken: «L’unica invenzione americana perfetta come un sonetto»; e del resto non esiste altro cocktail al mondo che possa vantare per sé una colonna sonora firmata da Cole Porter: «They have found the fountain of youth/ Is a mixture of gin and vermouth»... Nel film Il laureato, Ann Bancroft, ovvero Mrs Robinson, va al Taft Hôtel, dove di lì a poco inizierà la sua storia di sesso con Dustin Hoffman, ovvero Benjamin, ordina un Martini e le viene in mente una poesia, forse di Doroty Parker: «I like to have a Martini,/ Two at the very most./ After three I’m under the table,/ After four I’m under my host». Apocrifi o meno, i versi in questione rimandano a una verità euclidea. Un doppio Martini è la perfezione dei sensi, quel che viene dopo, che sia sotto un tavolo o dentro un letto, è semplice ubriachezza... E però, come non perdersi di fronte a un flûte di cristallo dal gambo lungo che poi si allarga come fosse una piramide rovesciata, colmo fino all’orlo di un liquido perlaceo eppure trasparente che alla luce manda riflessi giallognoli e nel quale ti puoi specchiare? Una volta bevutolo, senti lo stomaco allargarsi e nel corpo una sensazione di quieta felicità e quando fai il bis comincia a impadronirsi di te una sottile euforia, come se niente al mondo ti possa o ti debba preoccupare. La prima descrizione di cosa fosse un cocktail risale al 1806, apparve sul periodico americano The Balance e suonava così: «Una bevanda stimolante composta da diversi alcolici, zucchero, acqua e bitter». Anche qui, l’origine della parola è oscura, ma la si fa risalire all’inizio di quel secolo, quando l’esercito americano degli Stati Uniti del Sud entrò in contrasto con il re messicano Axolotl VIII. Nei negoziati che ne seguirono, il sovrano chiese al generale americano se volesse bere qualcosa, e questi acconsentì. Apparve allora una ragazza bellissima, con in mano una coppa di oro e di rubini colma di un liquido da lei stessa preparato. Ci fu un attimo di silenzio e di preoccupazione. Chi avrebbe bevuto per primo e/o da solo? La giovane risolse il problema chinando reverentemente il capo e bevendo di un fiato dalla coppa. Il generale chiese chi fosse quella fanciulla: «È mia figlia Coctel» replicò il re. «Bene, farò in modo che il suo nome sia per sempre onorato dal mio esercito». Coctel divenne coktail e questo è quanto basta. È comunque con la seconda metà dell’Ottocento che il termine assunse veramente il suo significato moderno, in contemporanea con il sorgere dei primi grandi alberghi internazionali e con l’apparire della prima vera clientela cosmopolita. Ed è allora, del resto, che il Martini nasce negli Stati Uniti e ne diventa per molti versi l’incarnazione. Grandi alberghi e clientela cosmopolita, abbiamo detto. Aggiungeteci un bancone da bar di quelli in legno scuro, luci basse, fumo di sigarette, cuoio delle poltrone, scrittori d’oltreoceano e sarà subito chiaro di che cosa stiamo parlando. L’età d’oro dei cocktail è stata quella, la prima metà abbondante del XX secolo, il secolo americano per eccellenza, ma degli americani innamorati dell’Europa. In nemmeno due capitoli di Di là dal fiume, tra gli alberi di Hemingway, c’è spazio per una dozzina di Martini. «“Prendiamone un altro” disse la ragazza. “Lo sai che non ne ho mai bevuti prima di conoscerti”. “Lo so. Ma li bevi talmente bene”». Ed è qui che si trova la celebre formula del Martini Montgomery: «“Due Martini molto secchi” disse il colonnello. “Montgomery. Quindici a uno”. Il cameriere, che era stato nel deserto, sorrise e scomparve»... Nell’Uomo ombra di Dashiell Hammett, Nora Charles agita lo shaker nella sua stanza d’albergo e il marito Nick, che è in giardino, fa al figlioletto: «Qualcosa mi dice che qualcosa d’importante sta accadendo da qualche parte e penso dovremmo essere lì». Dalla finestra la cameriera di Nora si stupisce di vederlo marciare verso la hall. Ha sentito il rumore dello shaker o l’odore dell’alcool? «Cara, questo è un cocktail» risponde lei. Ed è sempre Nick Charles a spiegare al barman del Normadie che se il Manhattan va shakerato come al ritmo di un foxtrot e il Bronx come fosse un twostep, per il Martini ci vogliono le cadenze di un valzer. Tempo vent’anni e saremo all’«agitato non mescolato» usato da Ian Fleming per i gusti alcolici del suo James Bond, gusti che facevano inorridire Somerset Maugham, per il quale la non fusione delle diverse molecole di gin e di vermouth era un sacrilegio... Resta il fatto che ciò che faceva di un cocktail un cocktail e non una bevanda da happy hour erano proprio quei legni scuri da bar, del tipo classic, la penombra, il buio discreto, il tintinnio dei bicchieri e quello più sordo dei cubetti di ghiaccio versati nel mixer, i barmen formali, i clienti in giacca e cravatta e, nel caso di un pianoforte e di un pianista, non un solo motivo che avesse meno di quarant’anni, fra Gershwin, Berlin, Porter, insomma. Erano l’effige di un’epoca, come suggerì Lilian Helmann, in cui bere appariva «romantic, even chic», ovvero il «drinking is fun» di Hemingway, il «civilization begins with distillation» di Faulkner, la «medicinal illusion of gin» di Scott Fitzgerald, lo «smoking, drinking, never sleeping» di Duke Ellington... L’epoca riassunta in quei due versi di Auden: «Potrebbe una tigre/ bere Martini, fumare sigarette/ e durare quanto duriamo noi?». Già alla fine degli anni Settanta, la decadenza divenne inarrestabile. Secondo un sondaggio del mensile Forbes, il vino bianco batteva i coktail nella misura di undici a uno e oggi, che nei bar è vietato persino fumare e va di moda il vino rosso, ormai ti trovi a fianco di trentenni che hanno la vita dei pantaloni all’altezza delle caviglie, di quarantenni in overdose di pochette, di barmen che sino a ieri facevano i baristi e parlano di calcio con i clienti, di musica techno, di appetizers con cui fai pranzo e cena... Si è chiusa un’epoca insomma e non c’è anniversario che tenga: quel che ne resta, sparso qui e là in Europa, è qualche sacerdote dello spirito: Roberto Pellegrini al Gritti di Venezia, Colin Field al Ritz di Parigi, Tony Micelotta al Dukes di Londra. Prima o poi i barbari sommergeranno anche loro: per noi adepti di una religione scomparsa sarà comunque un dolce naufragare...

 

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